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Discorsi in un’isola che è isola al 98% solo nelle nostre menti

urlLa frase più “cattiva” che mi viene a volte detta? “Questo è il lato isolano tuo che vien fuori e che non va bene.”

Sì, è vero, ho i piedi ben saldi su questo scoglio, con una tradizione di famiglia alle spalle fatta di grandi uomini, e con tanta voglia fare, di contribuire allo sviluppo di una terra che non si può non amare se la si conosce, cercando sempre di tenere lo sguardo ben oltre la linea dell’orizzonte, acquisendo giorno dopo giorno sempre più abilità ed usandole al meglio, imparando dagli errori.

Per la professione che ho scelto di fare vivo, comunque, in una trincea: un mondo spietato e crudele, in cui la concorrenza è forte, dove ti ritrovi a dover sgomitare per quello che vuoi fare, usare gli artigli delle abilità ed unicità per emergere, conquistare una gratificazione che sia prima personale e poi professionale. Ritagliarsi uno spazio con una condivisione del ruolo riconosciuta dalla società è la cosa più difficile al mondo, figurarsi qui. Ed ecco che, è inevitabile, la voglia di fare le cose (e di continuare a farle) ti porta ad osservare cosa ti accade intorno, chi c’è, cosa fa e come poter restare al proprio sudato posto.

Seguire i propri sogni è possibile, bisogna crederci, studiare e avere volontà e testardaggine. E bisogna compiere le giuste scelte che condizionano, poi, tutto.

Ma l’ambiente sull’isola è chiuso, scontato e menefreghista in fin troppe occasioni. E ci si ritrova a costruire una strada che è sempre in salita, in un cammino in cui sono pochi gli incontri positivi. che fanno crescere rapidamente.

Tutto il mondo è paese, sì ok, ma tutto il mondo è anche Ischia: la convinzione così radicata dei piccoli circoli che operano in ambiti a volte anche simili e che non si parlano per timore di perdere questo o quell’elemento, fa cadere la prospettiva stessa dell’aperta condivisione. I “dispettucci” che ci si fa non fanno altro che complicare la scena già di per sé stessa intricata, in cui una persona (ad esempio me) si muove a fatica, non perchè non ne è capace, ma perchè ne resta schiacciata.

Certo, io faccio “testo a me”, nel senso che mi rendo conto di avere una struttura totalmente non comune, ho opportunità e sbocchi che in pochi possono dire di avere, e ho la fortuna di contribuire ad un progetto condiviso con amici. Sono fortunata. Non mi lamento.

Ma non posso non notare come sono i comportamenti tenuti da molti e la fatica che si fa per andare avanti (si direbbe che “ci si consuma le scarpe oggi più di ieri”, ma bisogna averne la forza e le qualità).

Questa mattina ho assistito ad una conferenza di presentazione di uno sportello in stile LivingLab, uno spazio di condivisione delle idee tra società giovani che possono poi accedere, grazie alla guida offerta da una società nello specifico, a fondi ed agevolazioni esistenti.

Ed un noto presidente di categoria che dice pubblicamente: “tutti devono avere accesso a tutto ed essere ascoltati, non solo chi conosce il presidente o chi per lui” mi ha fatto sorridere e riflettere.

Esporsi, condividere, rivolgersi ad un altro estraneo dal proprio “piccolo giro”… sono pratiche in teoria normali, ma nella realtà molto complesse. Si ha paura, si teme di essere privati di qualcosa, della propria idea, del proprio spazio, del proprio ossigeno.

L’essere isola deve essere uno sprone, siamo una grande isola dai mille aspetti, ma siamo isole nel 98% delle nostre menti. Chiusi e scettici sull’operato altrui.

L’ho già scritto e lo riscrivo: fa molto male quando anche solo un “brava” o un “complimenti”, un like o un messaggio in privato con un ringraziamento o un complimento, arriva da fuori e non dalla propria terra. Non è per vanità, egoismo o altro, ma ricevere un minimo apprezzamento, un riconoscere che si è sulla strada giusta, fa bene, evita di uscire dai giusti binari, di estraniarsi e di non sentirsi parte di un progetto.

Corro ogni giorno, corro per sport, corro sul posto di lavoro. Il mio obiettivo è quello di portare risultati, cercare di contribuire alla crescita di un progetto che ho sempre seguito, condiviso e considerato anche mio. La trincea è la mia casa. L’isola è nelle nostre menti (forse più “loro” menti) perchè di persone che vorrebbero cambiare lo scenario esistente ce ne sono.

Sono poche quelle che si espongono. Ed è giusto che sia così. Sono i “greater fool” quelli che segnano la strada, scavano il solco nel quale poi spetta a te riuscire a camminare.

Appartengo ad una scuola che non c’è più, sono cresciuta con componenti di quella scuola facendo un salto, spostando l’asticella sempre più su. Condividendo. Passando lunghi giorni e lunghe notti ad approfondire, studiare, produrre.

I miei ritmi di produzione sono superiori alla media e, con tutti questi ristrettismi, per poter andare avanti occupo anche le pieghe del mio tempo in progetti da far crescere.

Il primo LivingLab è la nostra mente. Poi, come per i cerchi concentrici, viene l’isola e tutto il mondo.

Sì, io corro, perchè qualcuno che arrivi a Camelot serve.

Amo la mia trincea, non la cambierei per nulla al mondo.

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